Introduzione

La parola “azzardo” deriva dal francese hasard, che a sua volta deriva dall’arabo e significa “dado”. Oggi si è soliti riferirsi al gioco d’azzardo con la parola inglese gambling e ai giocatori col termine gamblers.

Vengono definiti “giochi d’azzardo” tutti quei giochi il cui risultato finale è determinato dal caso; rientrano in questa categoria i giochi dentro i casinò, le scommesse sulle corse dei cavalli e dei cani, le lotterie, il totocalcio, il lotto, il superenalotto, ecc. Tutte queste forme di gioco d’azzardo sono ammesse nella maggior parte dei paesi del mondo, e costituiscono una fiorente industria sia in Europa che negli Stati Uniti.

Il gioco d’azzardo ha profonde radici nella storia e nella cultura dei popoli: troviamo notizie già a partire dal 3000 a.C. nell’antico Egitto, ma anche in India, Cina e Giappone i più antichi manoscritti portano testimonianze riguardanti scommesse al gioco dei dadi e alle corse dei carri. Le scommesse sulle corse dei cavalli nacquero in Gran Bretagna con Giacomo I all’inizio del 1600. Si sostiene che, visto che le corse dei cavalli erano generalmente popolari, rappresentavano l’opportunità più a portata di mano per chi volesse scommettere. Le lotterie divennero popolari in Europa quando, nel XVI secolo, Elisabetta I d’Inghilterra utilizzò questa forma di gioco d’azzardo per raccogliere soldi destinati alla riparazione dei ponti e delle fortificazioni costiere. A Blaise Pascal si deve l’invenzione della roulette e nel 1895 all’americano Charles Fey l’invenzione delle slot-machine (Caroli- Marinello, 1996).

Tra i primi “giocatori compulsivi” possiamo citare gli imperatori romani Caligola e Nerone, mentre in tempi più recenti si annoverano tra i celebri “perdenti” personaggi quali George Washington, il duca di Wellinghton, Dostoevskij e l’Aga Khan (Guerreschi, 1998).

Lo scrittore francese Roger Caillois (1958) definisce i giochi d’azzardo come “giochi umani per antonomasia”. Solo l’uomo è stato in grado di inventare giochi che, anziché basarsi sull’ abilità o sulle caratteristiche fisiche di un elemento, facessero solo  riferimento al caso.

Nella maggioranza dei casi, per queste persone il gioco d’azzardo rappresenta un innocuo passatempo, che non mette a repentaglio i loro bilanci economici, la loro vita sociale, lavorativa e familiare. Per una minoranza, il tre per cento dei giocatori, rappresenta l’attività principale della loro vita: si tratta in questo caso di giocatori patologici. Le donne rappresentano il trenta per cento circa (Guerreschi, 1998).

In Italia si stima che su 45 milioni di persone tra i 18 e gli 80 anni, 8 milioni giochino a un solo gioco e 24 milioni a più di un gioco (Eurispes, 2000); nel 2008 gli italiani hanno speso circa 48 miliardi di euro per giocare. A questa impressionante cifra vanno aggiunti i miliardi spesi nel gioco clandestino, stimabile in circa un terzo di quanto speso nel gioco legale.

Il DSM-IV (APA, 1994) colloca il gioco d’azzardo patologico tra i Disturbi del Controllo degli Impulsi non classificati altrove, cioè tra quelle patologie caratterizzate dall’incapacità di resistere ad un desiderio non prorogabile, ad un impulso, o alla tentazione di compiere un certo comportamento, anche pericoloso. Chi ne soffre dice di provare una crescente sensazione di tensione o di eccitazione prima di compiere l’azione, seguite da piacere, gratificazione, sollievo. Dopo l’azione, si possono provare rimorso, autocolpevolizzazione, senso di colpa.

La caratteristica fondamentale del Gioco d’Azzardo Patologico è un comportamento persistente, ricorrente, e maladattivo di gioco d’azzardo che compromette le attività personali, familiari, o lavorative.